Il
duomo
lariano, edificato sopra l’antica chiesa di Santa Maria Maggiore, è un
capolavoro dell’architettura gotico-rinascimentale, cui si uniscono trame
barocche e settecentesche. Spirito che si manifesta a partire dall’abbondanza
e dalla bellezza delle statue che scaturiscono dal piacere di contemplare e
nobilitare le forme umane.
Con la sua nascita il duomo sottolinea un passaggio storico di grande importanza per la città lariana: l’ingresso con tutto il suo territorio nello Stato visconteo, avvenuto nel 1335.
Dopo secoli di orgogliosa competizione, dovuta al tentativo di Como di affiancarsi totalmente da Milano - era in gioco il controllo dei traffici sul lago e verso il nord -, la sconfitta militare, collocabile tra il 1127 (anno della distruzione della città da parte dei milanesi) e il 1200, segna l’assorbimento nella sfera milanese della città lariana e la progressiva perdita di autonomia politica, amministrativa, culturale. Lo stile di cui Como era stato il brillante palcoscenico, il romanico dei Maestri Comacini (talmente radicato da permanere - anche se episodicamente - sino alla fine del Trecento), cedeva, infine, il passo al gotico, asserito con decisione nel cantiere del Duomo di Milano. In queste vicende storiche si leggono le ragioni profonde del fiorire e dello spegnersi di uno stile, di una scuola, quella comacina, che non fu mai, peraltro, esclusivamente legata alla sua terra d’origine, ma seppe diventare fenomeno internazionale, interessando per molti secoli l’architettura religiosa e civile di una vasta regione a sud, a nord e a ovest delle Alpi.
Anche
il Broletto, eretto nel 1215 e parzialmente mutilato proprio dalla
costruzione del duomo, testimonia del ritardo con cui il gotico si diffondeva
sulle rive del lago e
del conservatorismo formale del romanico, che resisteva soprattutto
nell’edilizia civile, come dimostrano l’impostazione a due ordini, le logge
aperte al piano inferiore e le ampie trifore al primo piano del Broletto.
Il romanico, articolatosi nella vasta diocesi comasca con un linguaggio del tutto originale, si era affermato di pari passo con gli istituti comunali e aveva contrassegnato il periodo compreso tra l’inizio dell’XI secolo e la fine del XII, quello della maggior autonomia del comune comasco.
Peculiarità
dello stile comacino - in cui vanno distinte, tuttavia, due tipologie di
edifici: le piccole chiese di campagna, a semplice aula absidata, e le grandi
basiliche cittadine - fu l’impiego di pietre di piccole dimensioni,
disponibili in abbondanza nei territori alpini, in luogo dei grossi conci
squadrati a scalpello o del mattone d’argilla. Mediante
la semplice giustapposizione di queste pietre grezze i comacini realizzavano con
disinvoltura catini absidali e archi, contraddistinti da precisione tecnica e
vigorosa freschezza.
Segno di una pragmaticità che si
dispiega in pieno nelle coperture a capriate, predilette per la disponibilità
di legname e di mano
d’opera competente, per la leggerezza, che si
rifletteva in una semplificazione dei sostegni,
liberati dalle pesanti volte a botte. I muri
potevanci così distendersi in linearità e
chiarezza. Su questi semplici piani si dispiegava in tutta la sua genialità il
decoro, scandito da lesene e da festoni, lungo i coronamenti, formati da
archetti ciechi, le “fasce lombarde”, marchio di fabbrica - più autentico
di una firma - dei comacini.
Le tracce cittadine di questo modo di costruire vanno ricercate in tre grandi edifici, tre basiliche - San Fedele, Sant’Abbondio, San Carpoforo - in cui, tuttavia, l’arte dei Magistri si allontana dalla tipica semplicità degli edifici rurali e assume connotazioni di più spiccato intellettualismo.
A
pochi passi dal Duomo si apre piazza
San Fedele, raccolta in un’atmosfera di rilassante intimità,
trasmessa dalle cinquecentesche case a sporto, in legno e mattoni a spina di
pesce, ispirate a una tecnica costruttiva di ascendenze nordiche. Sulla piazza
si affaccia l’omonima basilica, edificata nel XII secolo su una precedente
costruzione paleocristiana (databile al VII secolo, regnante la regina
Teodolinda) dedicata a Sant’Eufemia. Al 964 risale la traslazione delle
reliquie di san Fedele, ritrovate a Samolaco, in Val Chiavenna - dove poi
sarebbe sorto il tempietto di San Fedelino -, secondo le indicazioni del sogno
di una donna, e solennemente trasportate in Como nella chiesa di Sant’Eufemia,
che da quel momento fu dedicata al martire perito sotto Diocleziano nel 298.
Sulla
planimetria paleocristiana, tipicamente basilicale, a tre navate e tre absidi,
si innestò nel X secolo un organismo a pianta circolare diviso in due metà
simmetriche che, accostate ai fianchi della chiesa, creano un perimetro “a
tenaglia” che va a ricongiungersi all’altezza dell’abside maggiore. Il
risultato è una pianta tricora, simile a un trifoglio, direttamente derivata
dalla Cappella carolingia di Aquisgrana e dotata di strane particolarità, come
le absidi laterali più ampie della centrale e le navate minori che piegano
all’esterno per ritornare sul proprio asse dopo un’ampia curva. La
chiesa. ha subito nel tempo numerosi rimaneggiamenti che, se hanno conservato la
struttura originaria, hanno quasi completamente celato le forme romaniche. Così
la volta a botte decorata con stucchi, che risale al Seicento, la cui
costruzione ha determinato la chiusura delle finestre originariamente aperte
sopra i matronei duecenteschi; così il tiburio, sopralzato ai primi
dell’Ottocento; così l’apparato decorativo, nella quasi totalità
posteriore al XV secolo. La facciata e la parte superiore del campanile
sono state totalmente rifatte nel XX secolo in forme romaniche. La
parte di maggiore interesse architettonico rimane il corpo absidale. In origine
le absidi erano tre, ma le due laterali erano ricavate nello spessore del muro e
quindi visibili solo all’interno. Il muro esterno dell’abside maggiore
presenta una scansione verticale, per opera di quattro colonne che la
suddividono in cinque parti. Lo sviluppo in altezza è ripartito in tre piani,
con tre ordini di aperture: in quello inferiore vi sono finestre tonde; nella
parte centrale, oltre a tre monofore rifatte nell’Ottocento, troviamo fasce di
archetti pensili a forte aggetto; l’ultimo piano è percorso da una galleria
con vani coperti a botte, mensole sporgenti e colonnine molto sottili. A
fianco dell’absidiola settentrionale si apre un portale cuspidato: scolpite in
rilievo scene bibliche, figure fantastiche e mostri, uno dei pochi elementi di
decoro medievale della chiesa. Partendo da sinistra,
nel primo pannello si può vedere il profeta Abacuc che riceve da un angelo il
cibo per Daniele, imprigionato nella fossa dei leoni; vi sono poi una lotta tra
un drago e una chimera, un animale vestito (forse una scimmia) che si solleva la
sottana; due draghi che si disputano una preda; un cane che caccia una lepre e
strane raffigurazioni vegetali. All’interno, le absidiole che
affiancano l’abside maggiore sono ricoperte con affreschi del 1300-1400. Negli
ambulacri si trovano due acquasantiere sorrette da leoni stilofori, con tutta
probabilità appartenuti al portale della chiesa di Sant’Eufemia e databili
all’VIII secolo. Una rappresenta un uomo accucciato che volta le spalle a un
leone, il quale gli pone le zampe sulle spalle, mentre l’altra ci mostra un
uomo che spalanca con forza le fauci di una fiera. L’abside orientale è
quella che ha conservato maggiormente il suo aspetto originale, con cinque
nicchie semicircolari; tra l’una e l’altra vi sono semicolonne che
sostengono arcate in conci squadrati.
Conclusa la visita torniamo all’aperto per lasciarci condurre nel dedalo di viuzze del centro storico, con i suoi scorci caratteristici e i palazzi patrizi. Appena fuori dalla cinta muraria della città, la Chiesa comense conserva la memoria delle sue origini in altri due straordinari monumenti medievali.
La
basilica
di Sant’ Abbondio, quarto vescovo di Como dall’anno 449 e patrono
della città, sorge sull’area occupata anticamente da un tempio
paleocristiano. Abbondio fu un campione della fede e dell’ortodossia: papa
Leone Magno nel 451 lo inviò come legato pontificio al Concilio di Calcedonia
per ribadire la dottrina cattolica sul tema dell’incarnazione di Cristo contro
le eresie di Nestorio ed Eutiche. Capolavoro
indiscusso del romanico lombardo e della scuola comacina, la basilica fu
edificata nell’XI secolo, insieme all’attiguo monastero benedettino. La
precedente chiesa paleocristiana, dedicata ai santi Pietro e Paolo, venne forse
fondata da Amanzio, terzo vescovo di Como, nella seconda metà del V secolo (una
lapide ritrovata nel pavimento reca la data del 485) ed eretta come San
Carpoforo lungo l’antico tracciato della via Regina. La strada collegava
Milano con le regioni della Renania e transitava ai piedi delle colline a ovest
della città, proseguendo poi lungo la sponda occidentale del lago. E dell’818
un privilegio di Ludovico il Pio, che assegna una rendita alla basilica,
all’epoca già intitolata a Sant’Abbondio, che vi era stato sepolto.
Fino al 1007 la basilica fu cattedrale di Como e sede vescovile, e quando l’episcopio venne trasferito, il tempio fu donato ai Benedettini. Oggetto di numerose donazioni, in terre e denaro, l’edificio poté essere completamente rifatto da questi ultimi entro breve tempo e assunse, già nell’XI secolo, le sue forme attuali: la chiesa fu consacrata il 3 giugno 1095.
La
facciata, ricca e movimentata, è divisa in cinque scomparti da lesene, che
corrispondono alla divisione interna in altrettante navate, ed è decorata
mediante la tipica fascia di archetti ciechi che corre lungo i profili
superiori. E’ animata, inoltre, da otto finestre a
strombo leggero. Il portale è affiancato da due colonne che recano capitelli
con figure di animali e reggono un arco riccamente decorato con un gioco di
foglie. Al termine delle navate s’innalzano le due torri, innestate
direttamente nel complesso della chiesa secondo lo schema architettonico della
scuola ottoniana, e al di là delle quali si sviluppa, quasi isolata dal resto
della chiesa, la sua parte più ricca e appariscente, formata dal coro e
dall’abside.
L’interno esplode nei fantastici colori degli affreschi che rivestono interamente questa parte dell’edificio, raffigurando scene del Nuovo e Antico Testamento. Tradizionalmente definiti “giotteschi” con influssi umbrosenesi e datati attorno alla metà del Trecento, sono stati invece attribuiti dalla critica più recente alle scuole pittoriche dell’Italia settentrionale dei primi anni del XIV secolo. In ogni caso, è qui, nell’abside, che cattura immediatamente col suo slancio, i suoi colori e la sua luce l’attenzione del visitatore, che si compie e si realizza il cammino del fedele in preghiera. La navata maggiore e le laterali - a loro volta divise in navatelle minori - sono identiche e la loro semplicità concorre a guidare l’attenzione verso il presbiterio. Le absidiole collaterali sono ricavate dallo spessore del muro. La maggiore è illuminata da cinque finestre che gettano luce sull’altare, sotto il quale si trova l’urna del patrono di Como.
La basilica raccoglie le spoglie di alcuni vescovi comensi, l’ultimo dei quali è Felice Bonomini, morto nel 1974.
Alle
pendici orientali del colle Baradello sorge la basilica di San Carpoforo,
il più grandioso e carico di storia, dei numerosi monumenti romanico-comacini
giunti più o meno intatti fino al nostro secolo. S. Carpoforo é coevo della
grande chiesa si S. Eufemia nell’Isola Comacina, della quale rimangono
soltanto gli avanzi perimetrali ed é contemporaneo di altre chiese minori nella
regione del Lago di Como, come S. Maria di Loppia presso Bellagio, S. Andrea di
Campo presso Lenno e San Fedelino sul lago di Mezzola.
La concordanza dei documenti storici fanno ritenere che la basilica nella sua essenzialità architettonica odierna debba risalire al primo quarto del secolo XI. La narrazione tradizionale vuole che S. Felice primo vescovo di Como (sec. IV) avrebbe trasformato un tempio dedicato a Mercurio in chiesa Cristiana, nella quale avrebbe collocato le spoglie mortali di Carpoforo e dei suoi compagni martiri della persecuzione di Diocleziano. Intorno all’anno 724 pare che il re dei Longobardi Liutprando visto lo stato di degrado della piccola chiesa ne decise il restauro ampliandola e dotandola di ricche rendite.
A sostegno della veridicità della chiesa di S. Felice vi sono i reperti archeologici: il rinvenimento della cella sotterranea, situata vicinissima alla chiesa e dominata dalla decica mutua (MERC)URIO SACR(UM). Per la chiesa di Liutprando testimoniano alcune parti antiche del tempio, anteriori alla strutturazione definitiva del secolo XI o almeno alcuni materiali riutilizzati sono sicuramente appartenuti alla chiesa costruita dal re Longobardo. La basilica di S. Carpoforo é una costruzione caratterizzata dalla povertà del materiale impiegato, dall’assenza assoluta di decorazione, dall’irregolare spartizione degli appoggi e pesantezza degli archi tipici delle chiese comacine dei primi decenni del secolo XI.
E una chiesa trinavica, scandita in cinque campate irregolari, sostenuta da pilastri semplici, é dominata da un ampio coro sopraelevato chiuso da un abside semicircolare. Va rilevata la mancanza di portale sulla facciata e di corrispondente porta all’interno. Le entrate originarie vennero collocate con accesso alle navi minori in sequenza sul fianco occidentale. La torre slanciata, massiccia ed insieme leggiadra, costruita in pietra grigia del lago, richiama i campanili comaschi di S. Abbondio.