Il lago di Como, da qualunque parte lo si guardi, offre sempre delle vedute ragguardevoli e appaganti, ma stando a Varenna si coglie la confluenza dei tre rami da una lontananza sufficiente per apprezzarla, e si può godere un saggio del diverso modo di essere che, pur nell’unità del paesaggio, sembra avere il Lario allorchè «volge a mezzogiorno», o fluisce verso Como, o accoglie le acque dell’Adda e del Mera. (Varenna, posta sul punto più vasto del Lario, e un paese ancora abbastanza indenne dagli assalti del cemento, e merita una visita anche al di fuori di villa Monastero).
Il
parco rappresenta un’alternativa rispetto a quelli di villa
Carlotta e di villa Melzi: là
fioriscono le azalee, qui e il posto delle rose e delle cinerarie. E poi tutta
la pompa dei palmizi, degli eucalipti, dei mandarini, dei pompelmi, dei
chinotti, e il rabarbaro, la celebre magnolia che ha trecento anni, l’albero
della canfora, e chissà quanti altri esemplari di flora mediterranea e
tropicale, saliti dai paesi del Sud fin quassù e felicemente acclimatati, al
pari di quei greci che si ritrovarono sul lago di Como quasi come a casa loro...
Anche i luoghi e i palazzi possono avere una storia strana come quella degli uomini, e conoscere trasformazioni inattese e contrastanti: ville che diventano fortezze (come la Tragoedia di Plinio) e fortezze che diventano ville; conventi austeri che ad un certo punto si aprono alle mollezze della villeggiatura patrizia, e fastose dimore che vengono adattate a ospizi religiosi; altere residenze principesche decadute ad alberghi aperti all ‘ospitalità mercenaria o assunti a centri di studi severi...
Quella che ora è universalmente nota come sede di incontri scientifici di altissimo livello, fu dapprima monastero; il primitivo edificio apparteneva fin dal 1208 all ‘ordine cistercense che l’aveva destinato a luogo di preghiera per le sue professe, dedicandolo a santa Maria Maddalena.
Era tradizione dei cistercensi quella di insediarsi in siti particolarmente ameni e in qualche modo vicini all’acqua (Clairvaux, Aiguevives, Fontfroide ecc.) ed era quindi naturale che essi arrivassero anche sul lago di Como in una zona di grande magnificenza paesaggistica e lacustre. La loro regola era tuttavia rigida e poco veniva concesso alla dolcezza del vivere oltre lo splendore del paesaggio. Le monache vissero per diversi secoli in pia obbedienza, forse ancora atterrite dalle vicende belliche che le avevano sloggiate dall’Isola Comacina e indirizzate su questa sponda orientale del Lario. Ma i tempi cambiano per tutti, anche per le monache, e molte di quelle che avrebbero dovuto concentrarsi nella contemplazione di Dio (con la sola variante di qualche occhiata sul centro lago), pensarono che perfino la loro santa protettrice aveva avuto una gioventù non proprio austera, e furono così tratte nella tentazione di imitarne i trascorsi più umanamente deboli. Intorno alla metà del Cinquecento la fama del loro tralignamento si era fatta fin troppo estesa: la gente di Varenna cominciò a mormorare e le chiacchiere si sparsero lungo la sponda del lago fino a Lecco, e arrivarono naturalmente anche a Milano. Invece che di un luogo dedito alla preghiera e alla penitenza si parlava, a proposito del monastero di santa Maria Maddalena, di un «alloggiamento di innamorate», definizione che non doveva essere certo apprezzata da uno dei prelati più tremendamente severi di tutta la storia della chiesa ambrosiana: il santo arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Borromeo. usò (dono una giovinezza dissipata) a digiunare a pane e acqua e a colpire senza misericordia i preti, i frati, le monache, e gli ordini religiosi dimentichi del loro stato.
L’Arcivescovo
chiese che il monastero fosse chiuso, e papa Pio V si affrettò ad emettere
l’ordine di scioglimento del secolare convento. L’edificio, situato in un
posto tanto bello, si rese così disponibile, e un nobile della non lontana
Valsassina, Paolo Mornico, lo acquistò nel 1569. Suo figlio Lelio profuse ogni sforzo per rendere la residenza
paterna ancora più splendida, e - come dicono le cronache - fece giardino ove
prima era il lago.
La villa ebbe per molti anni il nome di «Leliana», in omaggio a chi l’aveva con tanta cura abbellita. A metà dell’Ottocento fu acquistata dai Genazzini, che ebbero il solo merito di conservarla, poi pervenne nelle mani di una cognata di Massimo D’Azeglio, ministro, scrittore e pittore che aveva anche lui una villa sul lago di Como, a Loveno. La signora, d’origine tedesca (Seufferheld) vi passò molti piacevoli anni.
Poi villa Monastero fu acquistata da un altro tedesco che l’ampliò e l’abbellì. Al pari della villa Carlotta, anche villa Monastero fu sequestrata dal governo italiano nel 1915, in seguito all’entrata in guerra con la Germania.
Fastosa preda bellica, fu ceduta nel 1925 a Marco De Marchi che a sua volta, nel 1936 la legò allo stato italiano perché fosse sede dell’Istituto Italiano di Idrobiologia e Limnologia. L’Istituto la mise recentemente a disposizione della Provincia di Como come sede dell’Ente Villa Monastero, che da diversi anni vi organizza incontri internazionali di altissimo livello scientifico e letterario.
Il più famoso degli ospiti convenuti ai corsi di fisica fu Enrico Fermi, qui ricordato dall’immancabile epigrafe latina, dove si parla di “atoma volventia”, di “arcana naturae primordia” e dell’animo “tot inter rerum mira pacato
La costruzione appare alquanto composita, ma lo stile ecclettico degli interni non manca di fascino, specie per chi ha riscoperto le raffinate delizie del Liberty. In una delle stanze padronali, immense e assai decorate, si trovò qualche anno fa a dormire Diego Valeri, ospite di villa Monastero per un convegno di studi pariniani, e il poeta affermò che mai gli era capitato di passare la notte in una camera tanto lussuosa, e che il bagno, ornato da elegantissime piastrelle, con la vasca raso terra, chiusa da un leggiadro cancelletto, lo aveva ad, dirittura intimidito...
Ma anche senza badare troppo all’edificio adattato alle esigenze attuali, e pur gratificati superficialmente dalla serie di statue, di tempietti, di pozzi più o meno funzionanti, il visitatore rimane a lungo catturato dai due elementi essenziali che in ogni tempo hanno reso famosa la villa Monastero: il parco e il paesaggio.
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