Villa Carlotta

Tremezzo

 Per alcuni, il lago di Como si identifica con la villa Carlotta, proprio come per certi altri, il Louvre si esaurisce nel sorriso della Gioconda. Eppure, da un punto di vista architettonico, la celebre villa non è in assoluto la più bella fra le tante che si affacciano sul Lario, e la sua fama universale si fonda quindi su quel genere di ammirazione che, più o meno consapevolmente, tributiamo a ciò che sorpassa la stessa importanza di un edificio, e precisamente la sua collocazione in uno spazio e il rapporto che esso ha con il paesaggio, l’ambiente circostante, il clima e la vegetazione: in una parola, il rapporto natura-cultura, ottenuto per successive approssimazioni e portato, in quei luoghi del mondo che sono diventati giustamente famosi, ad un grado massimo di equilibrio e di perfezione.Villa Carlotta

Un celebre aforisma dice che Dio ha piantato il primo giardino e Caino ha costruito la prima città: l’uomo si è del resto dato da fare per mettere insieme questi due estremi, immaginando delle città-giardino o dei giardini abitabili. Sul lago di Como, tra il Settecento e l’Ottocento, questo sforzo ha avuto talvolta successo, con l’unico limite che ad abitare il giardino erano e sono pochi privilegiati. Si diceva delle successive approssimazioni verso il “punto di equilibrio”: villa Carlotta, nella sua storia, conferma ed esemplifica questo processo di continuo aggiustamento di un progetto residenziale che riesce a sfruttare al massimo l’ambiente geografico, paesaggistico e climatico, individuando tutte le possibilità che esso racchiude e portandole via via al loro totale e armonico dispiegamento. La grande “C” inserita nell’ornatissimo cancello che si apre sulla via Regina, non va letta come iniziale del nome col quale la villa è ormai conosciuta Carlotta, ma deve essere riferita alla famiglia Clerici che la costruì ai primi del Settecento.

La villa passò poi a Claudia Clerici che sposò Giovanni Battista Sommariva (da qui il nome di Villa Sommariva, usato specialmente nell’Ottocento). Il Sommariva si sentiva punzecchiato dalla manificenza con cui, Francesco Melzi d’Eril, stava terminando la sua villa sulla opposta sponda di Bellagio, e quindi si fece un punto d’onore nel superare il rivale. Nel 1856 la villa e il parco furono lo splendido dono di nozze toccato a Carlotta di Nassau andata sposa ad un principe Sassonia Meiningen, casato che li conserverà fino al 1915 quando il governo italiano sequestrò villa Carlotta in seguito all’entrata in guerra contro le potenze germaniche.

Pensò allora di utilizzarla come casa di riposo per gli ex-combattenti, ma il senatore Giuseppe Bianchini riuscì a trasformarla in pubblico museo, ora amministrato da un apposito ente. Il giardino originario era stato sistemato dai Sommariva secondo lo schema italiano, vale a dire seguendo la tradizione di un impianto simmetrico e rigorosamente artificiale che sottomette anche la vegetazione e il flusso delle acque all’idea sovrana dell’ornamento.

In questo genere di giardino si vuole mantenere il più possibile intatto il disegno originario, e le forbici del potatore provvedono infatti ad evitare che la crescita naturale rovini le forme elegantissime delle siepi e i ricami floreali delle aiuole. Testimonianza di questo intervento è oggi il giardino antistante, coi mosaici, i pergolati, la fontana e il gioco simmetrico dell’accesso alla villa. Il parco era allora meno vasto. I successivi ampliamenti furono sistemati «all’inglese», cioè secondo quella concezione che cercava di meglio saldare il giardino alla libera natura, districando quello dai troppo rigidi schemi ornamentali, e intervenendo su questa con sapiente disposizione di volumi e di effetti paesaggistici. Il parco così come lo vediamo adesso è più o meno quello sistemato dai Sassonia.

All’interno della villa, sono raccolte diverse opere d’arte. Di Canova sono conservati l’Amore e Psiche, il Palamede, la Venere Italica, e la Maddalena, insieme al gruppo Marte e Venere dell’Acquisti (1745-1823) e ad altre opere famose: da notare èsoprattutto il fregio del Thorwaldsen («Ingresso di Alessandro Magno in Babilonia»), e lo spettacolare Centro da tavola di Giacomo Redaelli, esempio ineguagliato del gusto neoclassico di ornamentazione conviviale: in questo caso i commensali potevano prendere il sale, l’olio e l’aceto nientemeno che dal Foro romano miniaturizzato...

Nella villa si possono vedere anche importanti pitture del periodo neoclassico: L’Apoteosi di Napo­leone dell’Appiani, dei dipinti dell’Hayez, mobili del Maggiolini, arazzi dell’Audran. Un tempo vi si ammiravano opere di Gaudenzio Ferrari, del Lumi, del Lotto, di Rubens e di Van Dyck, testimonianza del fasto con cui i principeschi proprietari di Villa Carlotta, avevano arredato un edificio che per essi era in fin dei conti, una dimora secondaria. L’impressione che si ricava oggi girando per le sale della villa è ovviamente quella che ci danno tutte le dimore disabitate: viene voglia alla svelta di affacciarci ad una finestra per guardare il bellissimo paesaggio, e più ancora di uscire nel famoso parco.Lo splendido parco

Il periodo giustamente più celebrato che per la visita a villa Carlotta è quello della fioritura delle azalee e dei rododendri, sistemati con una maestria scenografica in grado di prevedere tutti gli effetti e dosarne l’attrattiva, orientandola non solo sulla specifica magnificenza della vegetazione, ma ai tratti di paesaggio che ogni tanto si mostrano attraverso le quinte arboree e le siepi colorate. Se il giardino all’italiana rappresenta il trionfo dell’artificio sulla natura, quello all’inglese (specie nelle sue modificazioni latine) rappresenta il trionfo dell’astuzia sulla natura e sull’artificio: sembra tutto «naturale», ma non c’è un ramo, un pendio, uno sbarramento floreaie che non siano stati sapientemente progettati in vista di un effetto total­mente calcolato.

Sulla gamma dei rossi, dei rosa e dei violetti (tinte che nella stagione primaverile prevalgono e traboccano), improvvise apparizioni di cortine bianche, di macchie azzurrissime e di violente intromissioni di giallo, entrano a ravvivare continuamente un discorso che riesce ad assomigliare a quello della musica, lontano infatti da ogni riferimento narrativo o da preoccupazioni imitative: nessuno qui porrebbe la famosa domanda che molti fanno davanti ai quadri: «Che cosa vuoi dire?»... dietro l’apparato floreale non c’è nulla da scoprire e da indagare: ciò che esiste è ciò che si vede, e ciò che si vede ci appaga senza bisognò di spiegazioni.E’ forse, l’eterna illusione che nasce nei giardini e che lo spirito moralistico dell’Occidente ha sempre denunciato come pericolosa al “senso dei dovere”: dall’Eden ai giardini di Circe, di Armida e di Klingsor, dove caddero Adamo ed Eva e stavano per smarrirsi Ulisse, Rinaldo e Parsifal...

Sebbene sia difficile, oggi, trovarsi in situazioni altrettanto illustri, sentiamo che in un giardino c’è davvero qualcosa di magico e di ambiguo. Che tutto possa sparire è comunque un timore che si è insinua­to anche in quei personaggi che la società ha incaricato di giocare con le ombre e le illusioni, i poeti:

Longfellow, per esempio, trovandosi proprio a Tremezzo, «By Sommariva’s garden gate», pensò anche lui: «E se fosse tutto un sogno?»

I ask myself, “It this a dream?

Will it all vanish into air?

Is there a land of such supreme

And perfect beauty anywhere?”

Perché la bellezza è un peso difficile da sostenere ed è scomoda come la verità e ardua come l’amore... Unica «liberazione» da questa magia vegetale, è forse l’esperienza - che molti hanno avuto - di sorprendersi a guardare, al di là del recinto incantato, una radura incolta e dei fiorellini di campo del tutto estranei all’apparato.