Quando
l’avvocato Sommariva era tutto infervorato ad abbellire la villa portatagli in
dote dalla moglie, gettava con un po’ di preoccupazione qualche occhiata al di
là del lago per controllare che cosa si era messo in mente di fare il duca di
Lodi, il grande amico di Napoleone, cancelliere del regno d’Italia e suo
“rivale” in fatto di vanità residenziale: Francesco Melzi d’Eril. I suoi
timori erano del resto giustificati da diverse circostanze: il Melzi era
ricchissimo, si trovava sulla cresta dell’onda e la villa e il giardino che
stava preparandosi non erano un adattamento di vecchi insediamenti, ma il frutto
di una progettazione del tutto nuova, adeguata alle mode più recenti che si
affidavano all’immaginazione di un vero architetto, allora piuttosto rinomato:
Giocondo Albertolli, che aveva già costruito per Francesco Melzi il palazzo di Milano.
Lo stile della villa obbedisce infatti alla moda neoclassica lanciata nei primi decenni del Settecento, trasmigrata dai palazzi alle ville, divenuta imperante negli edifici pubblici e ancor oggi non del tutto estinta in questa o quella parte del mondo dove si mira al monumentalismo magniloquente. Ma al suo nascere lo stile neoclassico rappresentava una novità liberatoria rispetto alla pesantezza delle rimasticature barocche. E villa Melzi fu subito impostata come “casa per viverci”, naturalmente in funzione di quel genere di vita che poteva condurre un gran signore dell’epoca napoleonica. Il giardino fu progettato interamente, e per realizzarlo si provvide ad ampie rimozioni di terreno, così da raggiungere gli effetti desiderati, talvolta sapientemente illusori. Per accorgersene basta guardare con attenzione il viale dei platani o il giardinetto giapponese e badare ai molti episodi di questa meravigliosa “partitura” stesa sulla riva del lago con alberi, fiori, statue e tempietti.
Tutte
le risorse del plein air sono state previste, e a passeggiare con calma tra i
viali e le aiuole, si ha l’impressione che il parco sia molto più grande e
vasto della sua reale consistenza. Non manca nessuna delle cose che ci si
possono aspettare in un giardino patrizio: il chiosco (sempre un po’ collegato
all’idea di incontri furtivi e misteriosi), l’urna cineraria (quella di
villa Melzi è proprio un originale etrusco), la grotta muscosa, !a statua
egizia, la vasca con la statua di Cupido, il laghetto con le ninfee, la
citazione orientale e il riferimento mitologico (Meleagro ed Apollo), e quindi
le balaustre di marmo e la cappella gentilizia (questa con un portale che si
dice opera del Bramante)... La villa non è un museo, e il fatto di essere
abitata la rende assai più di altre, gradevole e viva. L’interno è
prevalentemente neoclassico: pareti decorate a stucco dall’Albertolli (che
aveva ripreso qui la sua arte originaria); affreschi di Giuseppe Bossi, il più
vivace dei pittori neoclassici lombardi; ornamenti di Alessandro Sanquirico, il
famosissimo scenografo della Scala, e il celebre ritratto di Napoleone
dell’Appiani... E se villa Carlotta si vanta dei suoi Canova, villa Melzi può
rispondere col suo Rubens e il suo Van Dyck.
Proprietari di villa Melzi sono oggi i Gallarati Scotti, e il duca Tommaso, diplomatico (fu ambasciatore a Madrid e a Londra nel dopoguerra) e letterato, vi passò una dorata e integra vecchiezza:
era una figura splendida di vecchio patrizio lombardo, attivo e colto. Sarebbe certo assurdo mettersi oggi a far paragoni tra le due ville del centro lago che si disputarono il primato della suntuosità e del fasto floreale, misurare l’ampiezza dei due parchi o contrapporre le azalee ai rododendri, le sequoie ai faggi rossi, ma forse è possibile riconoscere che la villa di Tremezzo, ha un vantaggio in qualche modo decisivo: dalle sue finestre e dai suoi viali si ha “in più” il piacere di ammirare sulla sponda di Bellagio, la neoclassica rivale, la villa del fortunato gran cancelliere del breve regno napoleonico.
Ospiti di villa Melzi furono in passato Eugenio Beauharnais, l’imperatrice Maria Fedorowna, Francesco I d’Austria, il terribile Metternich e il celeberrimo Liszt: ma se il principe austriaco ripagò il soggiorno sul Lario con la repressione dei moti liberali d’indipendenza e con la frase: “l’Italia non è che un’espressione geografica...”, il maestro io ricordò con romantica gratitudine. Ora nel giardino di villa Melzi si può entrare pagando un semplice biglietto d’ingresso, che ci ricorda di non farci troppe idee sulla possibilità di risiedervi anche solo per un week-end...
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Plinio il Giovane - uno dei comaschi deputato, insieme ad Alessandro Volta e a Paolo Giovio, al fine di sostenere attraverso i secoli la fama della città natale - possedeva sul Lario due ville: una nella piaga di Lenno, da lui chiamata Comoedia, l’altra, sul promontorio di Bellagio, denominata per inevitabile simmetria, Tragoedia. Che la punta di Bellagio abbia in sè qualcosa di tragico, appare ai nostri giorni del tutto incredibile, ma ai tempi di Plinio, la natura non domata dai giardinieri, i non molti abitanti e la relativa scabrosità del promontorio, furono sufficienti al letterato per arricchire con un po’ di preziosità culturale l’amenità dei suoi soggiorni lacustri.
Dopo
l’epoca romana, Bellagio perdette la sua connotazione residenziale per
acquistare un’importanza militare e strategica. Fu teatro infatti di lotte tra
Vandali e Goti (pare che lo stesso Teodorico ricostruì il castello sul
promontorio), non sfuggì all’attenzione dei Longobardi, e Liutprando trasformò
la fortezza fino ad adattarla a residenza, ancora munita ma meno truce. Il
castello rimase più o meno in piedi fino all’epoca di Galeazzo Visconti, duca
di Milano, che ne ordinò la demolizione per togliere di mezzo i briganti che vi
erano annidati. Il Duca Ercole Sfondrati rifece tuttavia la torre del
promontorio: atterrata e rifatta chissà quante volte, la fortezza di Bellagio
mantenne per secoli le sue funzioni di osservatorio e di rifugio, e dalla sua
torre partivano messaggi e segnalazioni, di giorno con le bandiere, di notte coi
fuochi. I ghibellini di Tremezzo, di Menaggio e di Varenna, si rifugiarono qui,
inseguiti dai comaschi. Ma nel Rinascimento anche Bellagio smise a poco a poco
le feroci armature. Il marchesino Stanga (una famiglia tanto ricca da passare in
proverbio), ministro di Ludovico il Moro, acquistò il promontorio e vi edificò
non più una fortezza ma un palazzo, proprio nel luogo dove oggi vediamo la
villa Serbelloni. Di qui passarono personalità di ogni sorta, dall’imperatore
Massimiliano a Leonardo da Vinci.
Ancora sanguinose contese agitarono le acque bellagine nei primi decenni del Cinquecento, nelle lotte tra Gian Giacomo Medici e le forze «regolari» degli Sforza. Pio Francesco Sfondrati, investito dall’imperatore Carlo V della riviera, riedificò la villa. Lo Sfondrati, rimasto vedovo, si sentì attratto al sacerdozio, e si deve dire che seppe fare carriera anche in questo nuovo stato, visto che divenne cardinale: non solo, suo figlio Niccolò, intrapresa la stessa via, arrivò fino al papato col nome di Gregorio XIV... La villa rimase agli Sfondrati fino al 1788, poi passò alla famiglia Serbelloni, del resto già presente sul lago di Como con la magnifica villa di Bolvedro. Questi Serbelloni erano ai tempi loro ricchissimi e potenti, e i rami del loro casato erano fitti di nomi “importanti”, ma quel che resta della loro fama in Italia, oltre alla villa di Bellagio che ancora li ricorda, è legato ad una circostanza che essi non avrebbero certamente preso in considerazione: Giuseppe Panni fu preso come precettore del figlio primogenito del duca Gabrio, e frequentando l’ambiente ebbe modo di conoscerne la fastosa fatuità e di vedere da vicino le profonde ingiustizie che servono da fondamento alle grandi fortune. Nel Giorno provvide ad immortalare quella società di cui sentiva insieme il fastidio e il fascino. Per aver preso le difese di una fanciulla schiaffeggiata dalla duchessa Maria Vittoria, il Panni fu, senza tanti complimenti, licenziato.
Ma i poeti si sa, riescono a vendicarsi anche dei potenti, e i Serbelloni ebbero modo di sentire tutta Milano ridere alle loro spalle per un epigramma che il Panni aveva messo in giro e che colpiva con una sola frecciata due membri della famiglia, un marito ritenuto impotente e una moglie additata come allegramente infedele: “Cari figli non piangete, / che se nati ancor non siete, / non potendo vostro padre, / vostra madre vi farà”... I Serbelloni, fatti o meno dal legittimo padre, si godettero comunque in pace le loro sontuose dimore, compresa la villa di Bellagio.
Durante gli anni del Risorgimento la casa fu praticamente abbandonata, e verso la fine dell’Ottocento, anche la villa Serbelloni fu trasformata in albergo. Ai primi del nostro secolo, risale l’attuale Grand Hotel, situato ai piedi del promontorio, mentre la villa, sulla sommità, passò in varie mani. La principessa Della Torre e Tasso l’abitò fino al 1959, poi divenne proprietà della Rockefeller Foundation di New York che vi organizza incontri culturali.
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